meet me under water

Maria Di Stefano

curated by Giuseppe Garrera | 18.05 – 18.06.18 | opening 18.05 h. 18

Nell’abbraccio non sono i due amanti (essere amanti è irrilevante), ma i loro corpi, indifferenti ad ogni identità, che si stringono; meglio: che s’abbandonano all’abbraccio solitari e disperati uno nelle braccia dell’altro, e stanno bene, per un attimo, “stanno in pace”, come suol dirsi, se non fossero appunto l’amore, i desideri, i progetti, le permalosità, le chiacchere, i grilli per la testa, i sentimenti e le incalcolabili fesserie dei loro proprietari: i due ragazzi, che ci guardano, non sanno che alla macchina fotografica non interessa di loro e del loro amore (amare è cosa irrilevante), ma dei loro corpi, della spossatezza, dell’abbraccio delle braccia, del capo reclinato sul petto, dell’inconsolabile ora ( per il corpo tutte le ore sono inconsolabili).

 

Così, il corpo di ragazza che, come animale al pascolo, se ne sta steso sul letto, solo a cercare le ombre, piegando le spalle e girato dalla parte lì dove l’ombra conforta, è indifferente all’euforia dei piedi (ma è euforia di un attimo) per le scarpette rosse che gli hanno messo, solo occupato dal proprio peso da adagiare e consolare dentro il cono luminoso e materno tra lenzuolo e cuscino.

 

La vita del nostro corpo non è la nostra vita, ce lo trasciniamo dietro come sarà per le anime dei suicidi: si butta su un divano sconsolato, o si volta un attimo spaventato (chissà di cosa), o spalanca gli occhi avvistando e cercando altri orizzonti.

 

Perplesso di tutta la vita che conduciamo, ci viene dietro sognando sorprendenti e furiosi abbracci, o di reclinare la testa sulle spalle di un altro corpo a trovare calore, o di giacere bocconi o riverso a ridere con un amico, o anche solo di abbassare lo sguardo davanti alla vergogna dell’oggi che ci attende.

 

Profondamente solo, sempre indolenzito, per conto suo, in cerca perennemente di alleati, fino all’indecenza (l’indecenza, come l’impudicizia, sono una sua forma suprema di sconforto e irredimibile rancore), soprattutto, insofferente ai risvegli, riconosce presto la sola propria vocazione alla notte e alla familiarità con la baldoria.

Uno speciale malessere poi lo domina nella giovinezza: il sapere che si diventa grandi imbruttendo. Pensiero atroce, direbbe Leopardi. Si diventa grandi imbruttendo. È uno steccato che tutti i soggetti fotografati da Maria Di Stefano si guardano bene dall’oltrepassare. Vi stanno seduti sopra, o a cavalcioni, volgendogli le spalle, sapendo che la fine è proprio alle loro spalle, e che, purtroppo, la macchina fotografica la inquadra questa fine, la vede, e la mette a fuoco, come sfondo e polvere e luce e orizzonte di niente.

Giuseppe Garrera

In the embrace are not  two lovers (to be lovers is irrelevant), but their bodies, indifferent to any identity, that climb to each other; better: that abandon themselves to the embrace the solitary and desperate one in the arms of the other, they feel good, for a moment, “they are in peace”, as they say, if only there wasn’t  love, desires, projects , the touchiness, the chatter, the head in the clouds, the feelings and the incalculable crap of their owners: the two lovers , who look at us, do not know that the camera does not care about them and their love (love is irrelevant), but about their bodies, the exhaustion,  the embrace of the arms,  the head reclined on the breast, the inconsolable hour (for the body all the hours are inconsolable).

 

Thus, the body of a girl who, as a grazing animal, is lying on the bed, only looking for the shadows, bending her shoulders and turned to the side where the shadow comforts, is indifferent to the euphoria of her feet (but it is euphoria of a moment) for the red shoes that they put on her, only occupied by its weight to lay down and console inside the luminous and maternal cone between the sheet and the pillow.

 

The life of our body is not our life, we drag it behind as it will be for the souls of suicides: you throw on a couch disconsolate, or turn frightened for a moment (who knows of what), or open the eyes spotting and looking for others horizons.

 

Perplexed by all the life we lead, he comes behind us dreaming of surprising and furious hugs, or tilting its head on the shoulders of another body to find warmth, or to lie down or to turn around   laughing with a friend, or even to lower the look at the shame of today that awaits us.

 

Deeply alone, always aching, on his own, in constant search of allies, until indecency (indecency,  as impudence, are their own supreme forms of discomfort and irredeemable rancor), above all, intolerant to awakenings, recognizes early the only one’s own vocation to the night and to the familiarity with the revelry.

A special malaise then dominates it in his youth: the knowledge that when we age we become  ugly. Atrocious thought, Leopardi would say. When we age we become  ugly. It is a fence that all the subjects photographed by Maria Di Stefano are careful  to not overtake. They sit on it, or astride it, turning their backs on it, knowing that the end is right behind them, and that, unfortunately, the camera frames this end, sees it, and focuses it, as a background and dust and light. and horizon of nothing.